
prologo [passano mesi di vaghe ricerche, nelle quali la nebbia si mescola a progressivi e intensi raggi di sole. passano mesi, nei quali ho approfondito un desiderio lavorativo che non avevo mai valutato prima, ma mi lascio sfuggire treni dolenti che forse è un bene sia andata così. Io nel frattempo sono a piedi e cammino. E l'unico fastidioso problema è che nella società di oggi se cammini è un problema. Se decidi di essere human being e non human doing, ecco, questo diventa un problema. Io ho solo deciso di camminare ascoltando i miei tempi, o come dicevano gli antichi, di seguire "la mia personale era sabbatica".
A parte il cosa accadrà, a parte il fattore p, ovvero lo spiegare e scandire a parole che finalmente ho raggiunto una certa pace, anche se tutto attorno può continuare il proprio processo di lenta sbriciolazione, ]
intro Ma,
il comprare ogni weekend il The Guardian o la domenica il quotidiano-gemello The Observer, vuol forse dire che l’influenza britannica è ancora così incastonata ed indelebile e difficile da spazzar via dalle spalle?
Sì, e non solo per le personali conoscenze che risiedono a Londra, ma perché
Questo paese chiamato Irlanda è strano, affascinante e controverso.
Questo posto chiamato Dublino è così dannatamente irregolare e difficile da descrivere.
Tempo fa avrei avuto molta più dimestichezza nel tratteggiare linee, colori; più scioltezza nel riempire il quadro e raccontarvi che Dublino è una città fatta di e di. Ma dopo quasi quattro mesi di attenta osservazione so che potrei annegare in tutto questo. In quanti strati, quanta inglesitudine repressa. Quanta voglia, da parte del molto comune straniero che vive nel tessuto dublinese, di AnaliZzare. Lo straniero che molto spesso vive ma non risiede. che contribuisce al sistema economico locale in maniera più o meno calcata, più o meno timida.
Lo straniero che pensa, quanta logorata e triste controversia spesso seducente che giace oh qui.
Fondamentalmente lo straniero, lo straniero veramente comune e disseminato come prezzemolo qua e là, nei pub, nei moderni caffè che dieci anni fa non esistevano, nei giardini sotto il sole, ecco, fondamentalmente lo Straniero, tendenzialmente, pensa troppo. E troppo analiticamente cerca di perforare di continuo il tessuto dublinese con il proprio piglio, i propri strumenti, i propri colori. Il proprio diverso background. che – a dirla tutta – una volta veniva accolto col sorriso ora con una tagliente freddezza. almeno così pare.
Ma la domanda : è davvero così giusto perdersi nel verde, nel blu, perdersi nell’alcol per alla fine domandarsi e cercare di spiegarsi cosa accade, perché e come?
Forse la vera domanda non sta nel Se domandarsi o meno ma sta nel Come porsi la domanda e come affrontare la risposta.
Joyce forse rimane il sommo esempio per tutti.
Nasce a Dublino, cresce a Dublino, parte e va a Trieste. Non torna in Irlanda e non torna a Dublino. Muore a Zurigo. Ma lascia al mondo tra le più affascinanti e meravigliosamente dense parole dedicate alla sua città d’origine. E come un pensiero costante rimane il dubbio, che forse questa è una città che si apprezza davvero solo da lontano.
Story 1. 1
come James Brennan, 41 anni, nato a Dublino.
Nel 1987 Dublino è un posto dannatamente tetro. Il centro urbano non è ancora stato invaso dall’eccentrica follia di architetti pieni di soldi, il centro urbano non è ancora stato dato in pasto ai turisti. Dublino è un posto grigio e fondamentalmente triste. Dublino è anche la capitale del commercio di eroina, e a differenza delle precedenti caratteristiche, quest’ultima rimarrà incastonata per lungo tempo nel tessuto dublinese. per tanto, tanto tanto tempo.
James Brennan va a vivere prima a Manchester, a lavorare in una fabbrica di scarpe, per 4 mesi. Poi si trasferisce a Londra, in una Londra anche qui cupa e sporca di fuliggine, di risse, di accenti.
è il 1988 e James Brennan ha 21 anni. A Londra lavora in un bar, ma anni prima he was a punk rocker.
All’inizio degli anni 80, quando c’era il Live Aid, quando c’era Bob Geldof, quando gli U2 cantavano “I will follow” e “sunday bloody sunday”, Dublino era un posto triste. Dove in periferia non accadeva granché. In periferia viveva James Brennan con i suoi tre fratelli e le sue due sorelle. In periferia viveva Bob Geldof e i suoi amichetti del gruppo punk*.
In periferia James Brennan passeggiava con la fidanzata Dara. Per la precisione passeggiavano attraverso l’attuale rinomato quartiere Rathmines. E James andava a prendere Dara bussando alla sua porta rossa su Synge Street.
In centro invece James Brennan camminava accarezzando gli anni 80 con i suoi capelli colorati, la cresta alta e le canzoni dei New Order. Camminava con lo sguardo duro e feroce, la rabbia punk di cui ormai pochi ricordano l’autentico sapore.
Ma nel 1988 James Brennan vive a Londra, ha 21 anni e un anno dopo viene addirittura promosso come bar manager.
Un salto indietro, il famoso e iniziale 1987, l’anno di uscita di The Joshua Tree, l’album che consacrò gli U2 alla fama mondiale. L’album che aprì il varco verso l’America, il consenso, la popolarità, l’inizio. Il cantante e leader Paul Hewson** rende suadenti ed indimenticabili certe strofe che fanno così “but I’ve still haven’t found what I’m looking for“; miss Claire Liberté ha solo 5 soffici e zuccherosi anni in cui avere consapevolezza di nulla e piena e totale gioia di tutto. 5 anni in cui l’intero universo si chiama lego, ha colori forti, zero sfumature, le macchine sono piccole, maneggevoli e senza motore e la vita è facile e meravigliosa.
Nel 1989 James Brennan ha 22 anni e la possibilità di diventare bar manager, a Londra. Anche se il suo accento e il suo cuore sono irlandesi, James Brennan ha più di un dubbio. I suoi capelli non sono più per metà rasati e per metà spavaldamente colorati. I suoi capelli sono di un castano chiaro che vira verso il biondo in mezzo a quei pochi e certi raggi di sole. I suoi occhi sono di un blu scuro.
Quel “più di un dubbio” dentro la mente di James Brennan risale al passato, risale ad una irrequietezza forse generazionale. Quel dubbio se accettare un lavoro ben retribuito e prestigioso o lasciare e ripartire. Quei dubbi che scorrono costanti come particelle elementari disperse nel fiume Shannon. Quei dubbi che potremmo cercare nelle radici norvegesi del suddetto Brennan, o in quell’essere in parte contadino (per radici del padre) e in parte urbano( per provenienza della madre). O forse perché gli anni 80 non erano anni facili per chiunque fosse irlandese. Sopratutto a Londra, soprattutto quando l’esercito repubblicano irlandese o irish republican army colpiva ancora, colpiva molto e colpiva spesso, a Londra. E quindi qualsiasi irlandese a Londra negli anni 80 spesso rischiava di essere guardato molto male, se non peggio***.
Ma, come in ogni storia, ciò che conta non è l’uso dei congiuntivi o delle virgole, bensì lo sviluppo concreto, le decisioni. specie quelle in un certo modo cruciali.
Nel 1989, a Londra, James Brennan decide di lasciare la cara vecchia malconcia Europa, e di andare a vivere in Australia.
E l’Australia, più che una meta, un continente, una nazione, più che altro rappresenta l’ignoto, il vero salto, o un vero e proprio sogno. Per James Brennan l’Australia rappresentava un sogno.
Ciò che poi accadde sono una serie di eventi, incastri, bizzarri incroci e densi dettagli. che possono avere lunghi periodi di parole e aggettivi oppure possono semplicemente essere sintetizzati dentro un asettico e sobrio elenco.
Un elenco nel quale il giovane James Brennan può essere educatamente infilato.
Perché ciò che forse conta è che il giovane Brennan in Australia entra ufficialmente dentro l’era del sole. Non è difficile notarlo, ogni fotografia ha un sapore giallo e caldo, e il suo sorriso puro, smaliziato e libero è l’esempio più disarmante che una certa meta, nella vita, esiste. Una certa libertà, una certa gioia.
James Brennan in Australia è felice. così sonoramente felice che nel 1990, alla misera età di soli 23 anni, su una barca, al largo di Sidney, il dublinese James Brennan sposa la neozelandese Mason McKenzie. E quel giorno James Brennan è confuso, è dannatamente giovane, è felice, è avvolto da qualcosa di soffice e colorato che assomiglia al candore di un bambino di 5 anni che gioca con i lego.
Quella barca però, da Sidney, lo porterà poi ad Auckland, Nuova Zelanda.
Quella barca che attraverserà dieci lunghi, fitti anni. Una foresta di bambù, acqua, sangue, separazioni e riconciliazioni, linguaggio maori e tanta vegetazione locale. Dieci lunghi anni più uno passato viaggiando attraverso l’India, la Thailandia con Bangkok e Phuket city, e poi il Marocco e infine le isole Baleari. E infine Londra. E infine l’ultimo aereo per Dublino.
è il 2001, James Brennan torna nella sua città natale. Al contrario del suo concittadino Joyce, Brennan si è fatto trascinare dal portentoso e più anziano corso del fiume ed è finito nel punto in cui era partito.
Nel 2001 James Brennan riguarda negli occhi Dublino, la fissa con sempre più flebile coraggio e non vede più ciò che aveva lasciato. Vede una fasulla ricchezza caduta dal nulla, vede la follia e l’incapacità di gestire il tutto. Vede la golden rush verso il lontano e sconosciuto west, ma non sono più vecchie foto color seppia, i colori ora sono troppo marcati, troppo estremi ed eccessivi.
Negli ultimi anni James Brennan si è separato dalla moglie e si è perso, confuso ed assimilato dentro le vene più oscure, più macabre e false del nuovo benessere economico. Quell’innocenza pura dei 5 anni, l’innocenza di una barca al largo di Sidney ora è solo polvere tra gli interstizi.
Ma, come in ogni storia, ciò che conta, alla fine, non è l’uso dei congiuntivi o la posizione delle virgole nel testo. è la salvezza o la sconfitta. La redenzione o l’espiazione. è la fine della storia, e l’importanza di mettere un punto.
Ma non funziona così nella vita reale. e ciò che in qualche modo dovrebbe essere sicuro è che James Brennan, da qualche parte, tra Blackpitts e Rathmines, sta cercando una barca e una via verso il mare.
* i Boomtown Rats.
** Bono
*** fa venire in mente la trama di “Nel nome del padre” di Jim Sheridan, no?