Inserito da: clairetourneur | Maggio 19, 2009

Let me know when this will be off

Image015

in una società in cui non conta più che lavoro fai ma se ce l’hai un lavoro, ti viene voglia di dare il la a cattivi sentimenti, ogni tanto.
Ogni tanto, quando tipo a Dublino piove. cosa che accade con nervosa eccessiva frequenza, nelle ultime due settimane.
Tipo sempre.
O, del perché la rana verde si sviluppa sotto talune circostanze astrali, o le mucche di Port Laoise sono particolarmente giganti o i film di David Lynch. Ecco, perché bisogna scegliere una logica, sempre?
Perché se no si risulta volgari, peggio banali, anzi incredibilmente fuori moda, fuori cliché, nell’accezione negativa. Più negativa.

Cosa accade a Dublino? Qualcuno potrebbe rispondervi che la gente va nel panico, perde il lavoro, si sottopone a rituali tribali chiamati colloqui dove la superiorità schiaccia l’intelligenza. Dove la mediocrità trionfa, dove chi meglio sa e si vende alla fine la vince.
Qualcuno potrebbe rispondervi che piove incessantemente e diventa irritante, se si calcola che il calendario appeso alla finestra recita solenne “M A G G I O”.
Qualcun altro potrebbe indicare il ribasso del mercato del mattone, qualcun altro potrebbe parlarvi delle imminenti elezioni europee. qui. Dove personalmente la notizia più scandalosa è “ma quel tizio era a scuola con me!”.
Può essere una scelta seguire la politica, l’economia. Oppure seguire il circoletto di amici che bazzicano attorno al Trinity C. parlare di quanto è mondano e cool andare ai nascosti ed invisibili mercatini dell’usato o fare finta di essere alla moda, o scivolare tra party e opening e fare finta di essere così cool.
Ma. Arriva poi il gesto esplicito e disarmante, due mani aperte, più aperte, in uno scatto di apertura maggiore e basta. E magari un sopracciglio aperto.
Odio alla gioventù superficiale universitaria, bruciamo i banchi e buttiamoci nel mare magnum della vita? Per carità. Ma comincio a sviluppare la convinzione che, il dublinese Francis Bacon aveva ragione. E all’intervistatore che gli chiedeva “lei ha mai fatto scuole d’arte” lui risponde “No, thanks God”.

è una porzione di presente. non conta che lavoro fai ma se un lavoro ce l’hai o l’hai perso o lo stai per perdere. La questione lavoro, la parola lavoro è diventata un’ossessione da cubo di rubik, da muscoli sovrapposti, incastrati, intrecciati.
In una porzione del genere è forse irrilevante sedersi ad un caffè, magari lungo upper rathmines road, sorseggiare un caffè, ecco e raccontarvi della ricerca di una sistemazione. Sistemazione che poi diventa appartamento, appartamento che poi diventa casa. Poi c’è il buio oltre la siepe, la stessa alta siepe che chiude la casa ad Inchicore, laggiù, in un giardino dalle mura incredibilmente alte, dalla privacy quasi bucolica ed imbarazzante, tanto sembra di essere stati infilati in una fiaba condita di marshmellow.
E crogiolarsi nell’ingenuo amore per la scrittura. Ingenuo e inflazionato. Ci si poteva appassionare, che ne so, alle ossidoriduzioni o alla catalogazione degli scatti di reazione canini, non lo so, qualsiasi cosa, purché non la scrittura, non il cinema.
Un essere inflazionato, ecco cosa. Ecco la risposta.
Dublino che piove di nuovo. in una pioggia sottile e dannatamente irritante perché invisibile agli occhi, percepibile al tatto. Che senso ha dunque raccontare di morehampton road nella pioggia, in macchina, mentre scopri che gli irlandesi non sanno guidare quasi quanto gli italiani. e un po’ hai paura. Inchicore e la pioggia, e poi il sole, e poi ovviamente la pioggia. Il cielo dublinese imprevedibile e irrazionale e mutevole quanto una donna in periodo mestruale.
Ci sono risposte, no. un racconto forse, infinite parcelle di quotidiano ingranaggio verso l’avanti.
avanti.

Inserito da: clairetourneur | Aprile 20, 2009

The Age of Consent

img_0516

prologo [passano mesi di vaghe ricerche, nelle quali la nebbia si mescola a progressivi e intensi raggi di sole. passano mesi, nei quali ho approfondito un desiderio lavorativo che non avevo mai valutato prima, ma mi lascio sfuggire treni dolenti che forse è un bene sia andata così. Io nel frattempo sono a piedi e cammino. E l'unico fastidioso problema è che nella società di oggi se cammini è un problema. Se decidi di essere human being e non  human doing, ecco, questo diventa un problema. Io ho solo deciso di camminare ascoltando i miei tempi, o come dicevano gli antichi, di seguire "la mia personale era sabbatica".
A parte il cosa accadrà, a parte il fattore p, ovvero lo spiegare e scandire a parole che finalmente ho raggiunto una certa pace, anche se tutto attorno può continuare il proprio processo di lenta sbriciolazione, ]

intro Ma,

il comprare ogni weekend il The Guardian o la domenica il quotidiano-gemello The Observer, vuol forse dire che l’influenza britannica è ancora così incastonata ed indelebile e difficile da spazzar via dalle spalle?
Sì, e non solo per le personali conoscenze che risiedono a Londra, ma perché

Questo paese chiamato Irlanda è strano, affascinante e controverso.
Questo posto chiamato Dublino è così dannatamente irregolare e difficile da descrivere.
Tempo fa avrei avuto molta più dimestichezza nel tratteggiare linee, colori; più scioltezza nel riempire il quadro e raccontarvi che Dublino è una città fatta di e di. Ma dopo quasi quattro mesi di attenta osservazione so che potrei annegare in tutto questo. In quanti strati, quanta inglesitudine repressa. Quanta voglia, da parte del molto comune straniero che vive nel tessuto dublinese, di AnaliZzare. Lo straniero che molto spesso vive ma non risiede. che contribuisce al sistema economico locale in maniera più o meno calcata, più o meno timida.
Lo straniero che pensa, quanta logorata e triste controversia spesso seducente che giace oh qui.
Fondamentalmente lo straniero, lo straniero veramente comune e disseminato come prezzemolo qua e là, nei pub, nei moderni caffè che dieci anni fa non esistevano, nei giardini sotto il sole, ecco, fondamentalmente lo Straniero, tendenzialmente, pensa troppo. E troppo analiticamente cerca di perforare di continuo il tessuto dublinese con il proprio piglio, i propri strumenti, i propri colori. Il proprio diverso background. che – a dirla tutta – una volta veniva accolto col sorriso ora con una tagliente freddezza. almeno così pare.
Ma la domanda : è davvero così giusto perdersi nel verde, nel blu, perdersi nell’alcol per alla fine domandarsi e cercare di spiegarsi cosa accade, perché e come?
Forse la vera domanda non sta nel Se domandarsi o meno ma sta nel Come porsi la domanda e come affrontare la risposta.

Joyce forse rimane il sommo esempio per tutti.
Nasce a Dublino, cresce a Dublino, parte e va a Trieste. Non torna in Irlanda e non torna a Dublino. Muore a Zurigo. Ma lascia al mondo tra le più affascinanti e meravigliosamente dense parole dedicate alla sua città d’origine. E come un pensiero costante rimane il dubbio, che forse questa è una città che si apprezza davvero solo da lontano.

Story 1. 1

come James Brennan, 41 anni, nato a Dublino.
Nel 1987 Dublino è un posto dannatamente tetro. Il centro urbano non è ancora stato invaso dall’eccentrica follia di architetti pieni di soldi, il centro urbano non è ancora stato dato in pasto ai turisti. Dublino è un posto grigio e fondamentalmente triste. Dublino è anche la capitale del commercio di eroina, e a differenza delle precedenti caratteristiche, quest’ultima rimarrà incastonata per lungo tempo nel tessuto dublinese. per tanto, tanto tanto tempo.
James Brennan va a vivere prima a Manchester, a lavorare in una fabbrica di scarpe, per 4 mesi. Poi si trasferisce a Londra, in una Londra anche qui cupa e sporca di fuliggine, di risse, di accenti.
è il 1988 e James Brennan ha 21 anni. A Londra lavora in un bar, ma anni prima he was a punk rocker.
All’inizio degli anni 80, quando c’era il Live Aid, quando c’era Bob Geldof, quando gli U2 cantavano “I will follow” e “sunday bloody sunday”, Dublino era un posto triste. Dove in periferia non accadeva granché. In periferia viveva James Brennan con i suoi tre fratelli e le sue due sorelle. In periferia viveva Bob Geldof e i suoi amichetti del gruppo punk*.
In periferia James Brennan passeggiava con la fidanzata Dara. Per la precisione passeggiavano attraverso l’attuale rinomato quartiere Rathmines. E James andava a prendere Dara bussando alla sua porta rossa su Synge Street.
In centro invece James Brennan camminava accarezzando gli anni 80 con i suoi capelli colorati, la cresta alta e le canzoni dei New Order. Camminava con lo sguardo duro e feroce, la rabbia punk di cui ormai pochi ricordano l’autentico sapore.
Ma nel 1988 James Brennan vive a Londra, ha 21 anni e un anno dopo viene addirittura promosso come bar manager.
Un salto indietro, il famoso e iniziale 1987, l’anno di uscita di The Joshua Tree,  l’album che consacrò gli U2 alla fama mondiale. L’album che aprì il varco verso l’America, il consenso, la popolarità, l’inizio. Il cantante e leader Paul Hewson** rende suadenti ed indimenticabili certe strofe che fanno così “but I’ve still haven’t found what I’m looking for“; miss Claire Liberté ha solo 5 soffici e zuccherosi anni in cui avere consapevolezza di nulla e piena e totale gioia di tutto. 5 anni in cui l’intero universo si chiama lego, ha colori forti, zero sfumature, le macchine sono piccole, maneggevoli e senza motore e la vita è facile e meravigliosa.
Nel 1989 James Brennan ha 22 anni e la possibilità di diventare bar manager, a Londra. Anche se il suo accento e il suo cuore sono irlandesi, James Brennan ha più di un dubbio. I suoi capelli non sono più per metà rasati e per metà spavaldamente colorati. I suoi capelli sono di un castano chiaro che vira verso il biondo in mezzo a quei pochi e certi raggi di sole. I suoi occhi sono di un blu scuro.
Quel “più di un dubbio” dentro la mente di James Brennan risale al passato, risale ad una irrequietezza forse generazionale. Quel dubbio se accettare un lavoro ben retribuito e prestigioso o lasciare e ripartire. Quei dubbi che scorrono costanti come particelle elementari disperse nel fiume Shannon. Quei dubbi che potremmo cercare nelle radici norvegesi del suddetto Brennan, o in quell’essere in parte contadino (per radici del padre) e in parte urbano( per provenienza della madre). O forse perché gli anni 80 non erano anni facili per chiunque fosse irlandese. Sopratutto a Londra, soprattutto quando l’esercito repubblicano irlandese o irish republican army colpiva ancora, colpiva molto e colpiva spesso, a Londra. E quindi qualsiasi irlandese a Londra negli anni 80 spesso rischiava di essere guardato molto male, se non peggio***.
Ma, come in ogni storia, ciò che conta non è l’uso dei congiuntivi o delle virgole, bensì lo sviluppo concreto, le decisioni. specie quelle in un certo modo cruciali.
Nel 1989, a Londra, James Brennan decide di lasciare la cara vecchia malconcia Europa, e di andare a vivere in Australia.
E l’Australia, più che una meta, un continente, una nazione, più che altro rappresenta l’ignoto, il vero salto, o un vero e proprio sogno. Per James Brennan l’Australia rappresentava un sogno.

Ciò che poi accadde sono una serie di eventi, incastri, bizzarri incroci e densi dettagli. che possono avere lunghi periodi di parole e aggettivi oppure possono semplicemente essere sintetizzati dentro un asettico e sobrio elenco.
Un elenco nel quale il giovane James Brennan può essere educatamente infilato.
Perché ciò che forse conta è che il giovane Brennan in Australia entra ufficialmente dentro l’era del sole. Non è difficile notarlo, ogni fotografia ha un sapore giallo e caldo, e il suo sorriso puro, smaliziato e libero è l’esempio più disarmante che una certa meta, nella vita, esiste. Una certa libertà, una certa gioia.
James Brennan in Australia è felice. così sonoramente felice che nel 1990, alla misera età di soli 23 anni, su una barca, al largo di Sidney, il dublinese James Brennan sposa la neozelandese Mason McKenzie. E quel giorno James Brennan è confuso, è dannatamente giovane, è felice, è avvolto da qualcosa di soffice e colorato che assomiglia al candore di un bambino di 5 anni che gioca con i lego.
Quella barca però, da Sidney, lo porterà poi ad Auckland, Nuova Zelanda.
Quella barca che attraverserà dieci lunghi, fitti anni. Una foresta di bambù, acqua, sangue, separazioni e riconciliazioni, linguaggio maori e tanta vegetazione locale. Dieci lunghi anni più uno passato viaggiando attraverso l’India, la Thailandia con Bangkok e  Phuket city, e poi il Marocco e infine le isole Baleari. E infine Londra. E infine l’ultimo aereo per Dublino.
è il 2001, James Brennan torna nella sua città natale. Al contrario del suo concittadino Joyce, Brennan si è fatto trascinare dal portentoso e più anziano corso del fiume ed è finito nel punto in cui era partito.
Nel 2001 James Brennan riguarda negli occhi Dublino, la fissa con sempre più flebile coraggio e non vede più ciò che aveva lasciato. Vede una fasulla ricchezza caduta dal nulla, vede la follia e l’incapacità di gestire il tutto. Vede la golden rush verso il lontano e sconosciuto west, ma non sono più vecchie foto color seppia, i colori ora sono troppo marcati, troppo estremi ed eccessivi.

Negli ultimi anni James Brennan si è separato dalla moglie e si è perso, confuso ed assimilato dentro le vene più oscure, più macabre e false del nuovo benessere economico. Quell’innocenza pura dei 5 anni, l’innocenza di una barca al largo di Sidney ora è solo polvere tra gli interstizi.
Ma, come in ogni storia, ciò che conta, alla fine, non è l’uso dei congiuntivi o la posizione delle virgole nel testo. è la salvezza o la sconfitta. La redenzione o l’espiazione. è la fine della storia, e l’importanza di mettere un punto.
Ma non funziona così nella vita reale. e ciò che in qualche modo dovrebbe essere sicuro è che James Brennan, da qualche parte, tra Blackpitts e Rathmines, sta cercando una barca e una via verso il mare.

*      i Boomtown Rats.
**    Bono
***  fa venire in mente la trama di “Nel nome del padre” di Jim Sheridan, no?

Inserito da: clairetourneur | Marzo 29, 2009

Anatomia di un difetto

La pigrizia è tra le meno nobili virtù dell’uomo. Virtù? sì, perché no, chiamiamola virtù. E anche in terra verde, dove nel corso di un solo mese accade di tutto, anche qui, virtù emergono ed entrano nel terreno della mescolazione più intensa, forse catartica.
La pigrizia può spingere l’uomo a procrastinare. O a perdersi.
img_0598
Ci sono stati intensi pomeriggi. Sempre di sabato. Dove il sole è diventato una costante.
Immersi tra gli ultimi raggi del pomeriggio, dentro un pub, a seguire il torneo 6 Nazioni. Celebre da queste parti, da un po’ di anni noto anche in Italia.
L’ambito, nobile, consumato torneo che, dopo il 1985 torna ad essere vinto e celebrato proprio qui, 24 anni dopo, in Irlanda.
E nel giro di una settimana l’ebbrezza tipica irlandese ha occasione di salire sul palco ed esultare, in un tempo incredibilmente lungo.
Martedì 17 marzo : il cuore cittadino invaso da turisti ubriachi. Ma la mattina, è tempo di parata, di carri, di colori, per celebrare il noto patrono locale. Famiglie e bambini con facce colorate, tricolori, trifogli raccolti dal prato e ancorati a una spilla appesa al cappotto. Facce non irlandesi dipinte di verde, un sole anomalo che riscalda il cuore di una giornata lunga, intensa. e poi

Poi sabato 21 marzo : l’ultimo incontro per il 6 nazioni, l’Irlanda affronta il Galles, fuori casa. Ma come mi spiegano dettagliatamente, i rapporti tra irlandesi e gallesi sono ottimi e di lunga data, ergo è meno indolore la sconfitta inflitta, la vittoria profondamente voluta, sofferta e conquistata con l’ultima goccia di sudore e sangue, la goccia che porta l’Irlanda a vincere il torneo. a celebrarsi anche con il titolo di “grande slam” che non agguantava dal lontano 1948. e “grande slam”, in gergo rugbistico, significa vincere tutte le partite del torneo. Significa affrontare il buio della foresta notturna e credere nel profondo che ne puoi uscire vincitore. E uscirne, non indenne, non senza ferite, ma uscirne.
Lo stesso sabato 21 marzo, però, il tessuto dublinese si è ulteriormente impregnato di gioia per via di un nome, Bernard Dunne.
Bernard Dunne è un ventinovenne di Clondalkin, estrema periferia sud dublinese. Bernard Dunne è in tv, mentre per caso entro in un pub vicino casa, e lui, a pochi chilometri di distanza, è pronto ad affrontare un sinistro tizio del Panama.
Non ho attitudine ne particolare trasporto per il ring e soprattutto il pugilato, specie se non stiamo parlando di diegesi e sfumature cinefile.
Quindi mi risulta davvero anomalo e quasi, sottolineo quasi, vicino ad un’esperienza mistica osservare attorno a me l’intero e folto popolo di un pub del southside dublinese, donne più o meno giovani, uomini, anziani, ragazzi tutti interamente e totalmente rapiti dalle immagini in diretta della RTE’.
Dove Dunne, nel giro di – per me – interminabili noiosi minuti, arriverà a battere il suddetto tizio del Panama e quindi agguantarsi un certo titolo, come campione WBA super-bantam weight. E che tutto ciò possa avere una traduzione in italiano ne sono certa, ma non scrivo per la gazzetta, quindi qualcosa ancora mi manca.

Ciò che mi lascia attonita è lo sguardo rapito di tutte queste persone. Un sabato sera, all’incrocio tra Clanbrassil st. e la South circular road.
L’attenzione e la gioia vasta e dilagante della stampa, la partecipazione, attenzione, il trasporto della gente comune. Forse perché il pugilato fa poco parte del mio personale background e del generale background sportivo del paese in cui sono nata.

Ma, l’anatomia di un difetto può anche avere come palcoscenico st.mary’s road, di nuovo southside dublinese. perché è chic, perché capita di abitarci. perché capita di trovarsi a proprio agio insomma.
Di certo
Questo posto è imprevedibile, o forse è imprevedibile la scivolosa sottiletta che si installa trai 26 e i 27 anni. Momenti in cui può capitare di sentire il proprio daimon pulsare, battere forte e insistentemente alla porta, e chiamare. verso una decisamente nuova fase della propria vita.
Questo posto chiamato Dublino è imprevedibile.

Ammalarsi nel braccio torrido influenzale e imparare di nuovo a prendersi cura di sè.
Osservare dinamiche relazionali, e imparare, di nuovo, il valore puro e cristallino della comunicazione.
Sentirsi completamente persi nel proprio percorso realizzativo. Parole vere o nuvole di fuffa? Qualcuno che mi dice “perché è così difficile unire i punti, perché solo alla fine del percorso ti rendi conto di quanto hai realizzato”. Keep on trying
La desolazione della scelta, delle scelte. Il bello di essere soli in mezzo al deserto. Qualcuno che chiede follemente la mia mano, su un vecchio divano di velluto, nella periferia nord dublinese.
Tutto questo che, so, avrebbe molto più senso all’interno di un montaggio video molto veloce, molto ritmato, molto colorato, cadenzato. Ma non qui, ora, così. un riquadro disarmante
Dove st.mary’s road appare come una gradevole soleggiata stradina secondaria, dietro il caos altisonante, upper class di baggot street. St. mary’s road invece sembra una parentesi azzurra dai tratti delicati, e un gentile profumo di caffè in sottofondo.
Il cerchio lo chiude l’incontro lavorativo del giovedì, delle 13.30. Gli ultimi frame del montaggio, gli ultimi inquisitori istanti in attesa, poi, della prossima puntata.
Un auto inglese, vagamente d’epoca, che data la personale ignoranza, viene registrata dalla mia mente come qualcosa di estremamente retro-chic. ma dannatamente snob.
Anatomia, bizzarra, di un istante : un ‘jude law’ del southside dublinese esce da suddetta auto, sfoderando tutto il proprio enigmatico quanto eccentrico fascino. Un anno fa avrei usato il termine ’spocchioso’ ma non so perché, tale definizione mi risuona molto più aderente a una certa italianità. quindi molto meno aderente a questo imprevedibile clima nordico.
Comunque, prima del nero conclusivo della suddetta puntata, il ‘jude law’ del southside dublinese sorseggia caffè addenta, con garbo va detto, una carrot cake. Il tutto davanti ai miei perplessi occhi.
La cosa sorprendente è che solo una manciata di giorni dopo mi rendo davvero conto di quella precisa analitica anatomia di un incontro.
Il mio caffè si consuma veloce, accanto a giacche, portatili, manoscritti. Sceneggiature. Mi chiedo dove mi porterà tutto questo, mi chiedo se tutto questo abbia un senso reale. Mi chiedo se i capelli scompigliati del prototipo ‘jude law’ dublinese stiano comunicando informazioni concretamente utili e sincere. Mi chiedo cosa i suoi occhi chiari stiano davvero codificando nel mio veloce ma forse nervoso inglese.
Mi chiedo cosa contenga la borsa di cuoio marrone chiaro, oltre alla sceneggiatura. mi chiedo se abbia freddo o caldo, effettivamente, con quella camicia-maglione-giacca, modello ‘alfie’.
Mi chiedo il perché degli ultimi velati accenni di sorriso. Mi chiedo se abbia una qualche minima influenza di opinione sul suo ego il fatto che sua madre abbia studiato nella mia stessa prestigiosa università. Mi chiedo perché abbia smesso di lavorare con mister “Once”, mi chiedo quale punto nel famigerato finale disegno questo momento rappresenterà. se ha un senso, oppure no.
Mi chiedo troppe cose, e forse dovrei solo ridere con me stessa per un incontro avuto con il ‘jude law’ del southside dublinese.

the end, per ora.

Inserito da: clairetourneur | Marzo 5, 2009

La verità è spesso una relativa distorta menzogna

In un paese dove da almeno 7 anni si usa la parola crisi per coprire i propri comodi. “Scusa non posso pagarti perché sai, siamo in crisi. e soprattutto la cultura è il settore come al solito maggiormente penalizzato. sono desolato”.

In un paese chiamato Italia.

Dove le parole sono importanti. e non solo nel paese chiamato Italia. Le parole e un articolo di giornale possono smuovere diverse coscienze. La coscienza di chi scrive da un altro paese e non vive, non respira, non calpesta il suolo irlandese, anzi meglio, il suolo dublinese. La coscienza di chi vive e respira in Italia e guarda e commenta qualcosa che accade a chilometri di distanza, a chilometri di totale inesplicabile palpabile differenza. Ieri un articolo del Corriere a riempire discorsi e conversazioni, creando tangibile irritazione per un’incredibile e vera mescolanza di menzogne. Un articolo in cui si spiega che la celebre tigre celtica ha fatto crac, la tigre ha perso il suo splendore il suo smacco invidiabile ed invidiato. Ma è qualcosa che si sapeva già. E può essere anche molto semplicemente buffo. Un anno fa, era febbraio, e io intervistavo John Carney, il regista del celebre “Once”. Lunga chiacchierata filmata in cui gli ponevo sul tavolo la questione della forte immigrazione che da anni sta attraversando la quotidianità irlandese. Parlavamo dell’immigrazione, di una certa se pur sottile diffidenza e di un certo razzismo a volte presente qui, da parte degli irlandesi. Ma soprattutto John Carney spiegava che il boom economico avrebbe presto incontrato una piega negativa e verso il ribasso e lì si sarebbe stato interessante osservare comportamenti e cambiamenti. Quella lunga intervista di quasi un’ora di parole e gesti e sorrisi, dopo febbraio, fu lasciata riposare nel mio hard disk esterno. Poi vennero i caldi momenti pre rassegna sul cinema irlandese contemporaneo, ospitata dalla Cineteca di Bologna, e curata dalla sottoscritta. E poi venne settembre e poi ottobre. Vennero lunghe notti in cui io e il mac e il montato e un montaggio di massimo 10 minuti da realizzare. Venne Ottobre, arrivarono i giorni della rassegna. La lunga intervista venne concisa in 10 minuti di scarne parole. Nelle quali inclusi anche le terribili previsioni del regista dublinese. Era ottobre, oggi è marzo, 2009, e mi sembra così incredibilmente terribile che qualcuno possa leggere un articolo sul Corriere on line, e giudicare la caduta senza onore di un paese lontano e ricolmo di stereotipi.

La verità sta sempre nel mezzo e soprattutto è sempre celata da tende di un certo spessore. La realtà è che è vero la tigre celtica non c’è più, o meglio, ci sono i residui, i ricordi. Ci sono gli sguardi secchi e duri del primo ministro irlandese, la realtà degli tagli fiscali, la semplice verità di un paese in crisi che deve ridimensionare il proprio budget, le proprie esigenze, i propri bisogni. Rivalutare insomma, priorità ed esigenze. Come la migliore definizione di saggezza potrebbe suggerirvi. Insomma non risiede nessuna speciale sorpresa qui e in questo specifico momento storico. è tutta una scarna questione di meri punti di vista e di relatività. Potremmo restare basiti e osservare il panorama al di fuori della finestra, e in un silenzio profondo lasciarsi pervadere dal pensiero che il baluardo statunitense, il faro nonché il leader di ogni cosa è ora un semplice paese in crisi. Ma allo stesso tempo, potremmo anche semplicemente lasciarci trascinare dall’osservazione e dai pensieri di fronte alla foto ufficiale di Michelle Obama e delle sue lunghe braccia ricolme di ore di fitness.

La verità, per concludere l’incipit di qualcosa di molto più complesso vorrei poi meglio esplicare, proprio in questo blog, è che ogni ora è composta da estremi e complicati e lunghi secondi. è innegabilmente vero che mi viene spesso l’istinto di sbattere la testa contro il muro e chiedermi perché sta accadendo tutto questo, in questo momento, questo dannato momento così storico. Dove crisi è la parola più inflazionata e reale e concreta. è vero, la tigre celtica è un ricordo ed è reale e disarmante mentre osservo il volto velatamente rugoso della mia coinquilina architetto. La sua espressione di dolente fragile abbandono poiché l’industria immobiliare ed edilizia è stato il vero e proprio perno del crescente boom economico irlandese. E il suo sguardo verso il basso e verso l’esterno, al di fuori della porta finestra della nostra cucina è qualcosa di indescrivibilmente eloquente. Come lo sguardo di un amante ferito, e i milioni di architetti irlandesi che al momento si ritrovano ben poco di concreto tra le dita, traditi e dimenticati dalle promesse edilizie, dallo sviluppo urbano. solo che, in eloquenti momenti come questi, è possibile, è probabile, sentirsi persi e confusi e senza una via d’uscita.

La risposta è che ci sono delle certezze, e una certezza è che esistono sempre delle risposte. come esisteranno sempre delle domande. Un cane che si morde la coda, ma rimane pur sempre un cane. Ferito, ma un cane. E in quasi tre mesi, qui, ho visto la neve, ma ho visto pochissima pioggia. Soprattutto negli ultimi 30 giorni. Ora, non si parlava dell’Irlanda come di una terra dannatamente pregna di pioggia? Gli stereotipi e le distorte verità meriteranno sempre uno sguardo, una parola e soprattutto qualche neurone in più di attenzione.

Inserito da: clairetourneur | Febbraio 13, 2009

Let’s bring me a deja-vu, please

Nel 2003 capitarono molte cose. Una delle tante è che era agosto, e io ero in questa città. Per la seconda volta. Nell’agosto 2003 capitarono diverse cose. bizzarre, piacevoli, superficialmente piacevoli, meno piacevoli. Ecco, l’estate del 2003, l’agosto del 2003 fu per me la Vacanza della formazione, fu il personale acme del mio romanzo di formazione.

Premesso ciò, è forse meno rilevante di quanto si possa pensare, il fatto che collegando i puntini, beh, il sopracciglio si inarca e qualcuno potrebbe argutamente notare, beh. di nuovo qui. Ma va tutto bene, è tutto sotto controllo. Perché ci può stare che sbaglino il mio cognome, sul badge del festival. Alla fine è solo una vocale/consonante finale, e troppo semplice il richiamo anglofono. o chi continua a pensare che il mio nome si scriva senza acca. Ma va bene, seriamente, mi faccio delle sane risate davanti a quella y finale. E in realtà, dopo un mese, comincio anche a sentire, al tatto, una dimestichezza più oliata nel comprendere le misteriose sinergie ed energie che si nascondono dietro le menti autoctone. E soprattutto, va davvero tutto bene, è arrivata anche l’insonnia da stress, che il party abbia inizio, finalmente.

per cui, ecco, lasciate che spenda due parole sui deja-vu e mondi affini. relativi.

A tratti il 2008 sembra una cartolina sbiadita degli anni 70, di quelle che mio padre spediva dalla germania a mia madre, in segno di costante febbricitante amore. Poi però ho terribili deja-vu. Cammino per camden street e ho la chiara e netta sensazione di aver appena incrociato una faccia familiare, che apparteneva al mio primo, lontano, anno di università. Capita insomma di inciampare in facce familiari, e dopo un mese di resistenza, dopo un mese di tasso alcolico ingiustificatamente alto – non certo dovuto all’alcol vero, ma all’atmosfera, all’approdo – finalmente ammetto che davvero, profondamente, sento pulsare dentro di me la mancanza. Ho una lucidità in realtà labile e sottile, però. Come schegge il 2008, a tratti, sembra un vecchio poster sgualcito, quasi privo di attuale significato. Il presente corre, il presente copre di sabbia e fango le mie giornate, i miei dubbi, dilemmi incontri disagi. La mia voglia di solitudine, in una città invece così interconnessa, sociale, multiculturale. A tratti ho voglia di assaporare la porzione singola di tyler durden, tutto qui. A tratti invece il 2008 si riaffaccia, sento ancora le estive schegge scalfire la pelle, sciogliere lentamente il controllo, e poi la perdita totale di controllo e, il caos. le schegge sono diventati aghi, sottili e poi più inspiegabilmente dolorosi. Ma, va tutto bene. ora. E in realtà, volevo parlare dei deja vu. e questa città ne contiene molti. Forse perché lo stesso John Carney mi spiegava, un anno fa, che Dublino è così piccola, per cui se rompi con il tuo ragazzo/a ogni luogo finisce per ricordarti un pezzo della tua storia, del tuo passato. Ed è vero, lo ammetto. e sapete una cosa? non tange per nulla questo discorso, ma trovo affascinante una profonda caratteristica autoctona. Ovvero il detestare chi diventa famoso. sia per gelosia o altro, c’è un preciso comun denominatore che lega chi assurge al ruolo di divo o star. e qui o ti odiano o ti ignorano. se fai la star. altrimenti rientra tutto nella norma e ti rispettano. Insomma o giochi con i piedi per terra, altrimenti – qui – sei considerato un prick. (ops). Ed è bello vivere in un paese che, per la gran parte, rigetta il senso dell’Arroganza.

Ma, si diceva, i deja-vu. che popolano e animano nell’invisibilità, questa città. possibile? possibile. Faccio due calcoli. Passano quasi sei anni, ok, cinque anni e mezzo. Sono una persona totalmente diversa, e credo tutti ne siamo molto felici e grati etc etc. Ma è chiaramente bizzarro notare che certe cose sono rimaste. semplicemente rimaste. Ci può stare che per pure coincidenze astrali e in realtà ben disegnate, finisca a vivere su una graziosa casetta tipicamente irlandese vicino al south canal. Ci sta, soprattutto, che viva con un’irlandese vecchio stampo di sana e solida educazione, di fine gusto, di alto rango. Ma mi suona un po’ aspro da digerire – invece – il fatto che per andare in centro io debba passare da una strada che anni fa faceva parte dello spettacolo e risultava arteria vibrante e decisiva sul palscenico Agosto03. Sono gli scherzi del destino, li chiama qualcuno, ma adotto la politica dell’indifferenza, e vado avanti per il mio piccolo progetto di insediamento culturale e non. Ma mi suona ancora più e decisamente più difficile da digerire il fatto che un mercoledì sera io rientri a casa, dopo una densa giornata di biglietti e film e cose anche piuttosto inutili. Taglio temple bar incurante del caos, della notte che si accinge a splendere e consumarsi lenta e non bado in realtà così tanto agli aggettivi, finché ahimè il mio orecchio sinistro non viene letteralmente scosso e percosso da perturbante musica raggae. è tutto molto semplice : prendete un luogo peculiare per la vostra formazione e maturità, e moltiplicatene la visione. per alte cifre. è bello chiudere in un cassetto un ricordo, chiuderlo con del nastro adesivo, colla, clips, sigillarlo e pretendere di dimenticare. Ma se succede l’opposto? E se soprattutto il ricordo, il luogo è rimasto uguale e vivido. Penso che esistano pochi locali che mantengono la stessa programmazione settimanale per più di cinque anni. Il mezz in temple bar sì. E sei anni fa ogni mercoledì sera quel luogo era la mia serata. era il pavimento sul quale confrontarsi, ascoltare, sfiorarsi e capire. bere, scontrarsi, perforare vite e creare incastri più o meno reali; rischiare di perdere la lucidità, e poi perderla completamente, facendo errori incredibili che non rifarei rifarò mai più. e poi la salvezza, e momenti che diventano puri turning point, da cui, da lì, tutto cambia e si misura. Ecco questo posto, questo luogo che in sei anni è rimasto uguale, mi ha regalato un parametro, una costante. Ho imparato a calibrare i miei miglioramenti e sforzi da quell’agosto, da quei mercoledì sera e la musica raggae, dal vivo.

deja-vu story, 1.0

[prossima puntata: a dublino ogni tanto si annusa aria di cosmò-city]

consiglio musicali per momenti bui : cantare, possibilmente a squarciagola questa canzone. un anno fa, aghi e pugnalate al cuore a parte, funzionava e stavo alla grande.

Inserito da: clairetourneur | Febbraio 9, 2009

Era fine agosto, e davanti a me quest’uomo:

mickey-rourke-at-the-baft-001

Non si parla di vita dublinese a questo giro, ma di pure immediate vibrazioni cinefile.

Nella vicina Londra, questa sera, si annunciavano e celebravano i Bafta. gli equivalenti degli Oscar, insomma i premi britannici al cinema. E, con poca sorpresa, il filmone acchiappatutto è stato “Slumdog millionaire”, ma c’è un uomo che merita e hà, già, tutta la mia ammirazione e il mio più infinito e devoto amore. Devozione che c’era già, io ero alle elementari, e lui dannato e sporco ribelle, ve lo ricordate “Angel Heart” di Alan Parker?

E poi venne il 2008, l’anno della rivincita veneziana per Darren Aronofsky con “The Wrestler”. l’anno della rivincita forse di una vita, per Rourke, come Randi the-ram Robinson. E venne anche una tiepida sera di agosto, sul lido veneziano, una festa, e quest’uomo a pochi passi dal mio sguardo, lì, beatamente sereno. e io a pensare a quando lo adoravo, da bambina. e ora

quest’uomo è un genio. e non solo si merita a pieno il Bafta come miglior attore. ma si merita anche l’oscar. ma si merita tuttto il rispetto e anche oggi, la mia migliore devozione. e anche “The Wrestler”. decisamente il mio film, 2008. perché potrei parlarne e difenderlo per mesi e ore e infiniti secondi. perché contiene tanto. perché è a dir poco fantastico.

Inserito da: clairetourneur | Febbraio 7, 2009

Come siamo, come potremmo essere

Il sabato, a Dublino, quando c’è il sole, è un’esperienza sottile difficile da esplicare. ma ne vale la pena.                          Soprattutto, considerando il mese appena passato, e la bizzarra frequenza, va detto che il sabato a Dublino, col sole, sembra un’esperienza facile da consolidare, e ripetere.

Quindi se siete a Dublino, il sabato, e c’è il sole, dovete assolutamente puntare il naso verso il centro. e.
E iniziare la giornata camminando per dame st. facendovi sfiorare dai raggi del sole che a tratti bucano il panorama sulla strada. Lungo dame st., superando il City Hall, e prima di raggiungere il municipio, girate a destra e fischiettate allegramente fino a The queen of tarts, dove prendere una fantastica baileys cheese cake e del caffe.
Nella stessa strada, su cows lane, il sabato mattina c’è l’arts & crafts market, che merita una visita, passeggiando.
E sempre passeggiando perché ne avrete bisogno, perché la baileys cheese cake è buona, ma un tantino pesante. Ma la buona sorte è sicuramente accanto a voi, e il sole, soprattutto c’è il sole. E il sabato nel cuore di questa città si annusa un’aria diversa, infinitamente più corposa e densa di significato. Perché dopo l’arts&crafts market, a due passi, nel quartiere noto come Temple Bar, c’è il  food market e il books market.
E poi potreste dirigervi verso grafton street. stupirvi dei numerosi e soprattutto talentuosi buskers che popolano la celebre strada pedonale, stupirvi, camminando lasciando colmare le vostre orecchie con i suoni mescolati tra di loro, chitarre e violini e voci e i venditori di fiori lì a pochi passi.
Potreste approfittare del pocket lunch a poco più di due euro da marks & spencer, nella food hall sotto al piano terra, e molto semplicemente e banalmente, potreste camminare per altri metri e immergervi dentro st. stephens green park.  Incontrare il primo e più bel parco cittadino, un po’ inflazionato soprattutto rispetto al più quieto e bucolico merrion square, lì accanto.
Ma st. stephens green ha il suo perché. con il lago, la casetta stile pagoda, insomma quelle piccole cose, piccole insidie generose che si introducono nel vostro campo visivo e vi stimolano immediata soffice simpatia.
Digerito il pranzo, un’alzata di mano di puro merito va lanciata a favore del seguente tragitto:
tornate su grafton street, ma girate in qualsiasi viuzza a sinistra (non la seconda però che appare piuttosto ‘poco piacevole’), girate a sinistra e perdetevi nelle strade di raccordo tra grafton str e la parallela south george street. o aungier street, se avete immediatamente deciso di girare a sinistra. Perdetevi. perdetevi tra i numerosi caffè, nei piccoli negozi di musica e altro, perdetevi tra le insegne che promettono porridge e irish breakfast, perdetevi dentro l’ombra perché il sole è laggiù, bloccato dai tetti delle case. Perdetevi. fino poi ad arrivare su aungier street. o prima, su south george street, se vi siete rotti le scatole di “perdervi”.
Lì, in quel preciso momento, l’accantonato sole tornerà ad inglobare la vostra piccola o grande figura, tornerà ad accarezzarvi. Verrete forse accecati, perché nessuno ma proprio nessuno vi aveva consigliato di portarvi un paio di occhiali da sole, a Dublino.
Verrete forse accecati, ma di sicuro ci sarà qualcuno lì accanto a ridere di voi.

Perché, se invece di vagabondare senza tempo e meta volete tornare a casa, allora potreste sprofondare in solitarie pseudo brillanti dissertazioni sulla mattina appena conclusa.
Affermare, ad esempio, che in via generale sì, la popolazione autoctona è dotata di un profondo e marcato senso di gentile affabilità. Che può poi essere contaminato e apparire spurio, e rivelare tracce di altri conosciuti o sconosciuti elementi, ma quel cuore morbido sembra rimanere una costante.
Potrebbe capitare di perdere per strada, poi, i punti di congiuntura e partenza, le cause appiccicate con del nastro adesivo sul muro. a ricordare, ad aiutarmi a ricordare.
Ma sul muro c’è solo scritto “ricorda di ricordare”.  ma  le dissertazioni comunque lasciano il loro segno.
Su questo non ci sono dubbi.
Così, un sabato mattina di intenso e caldo sole, anche se è febbraio, e anche se la settimana appena passata ha portato della storica inusuale neve, Chiara o Ciara o come volete chiamarmi, fa, diciamo due più due. e ricorda, o per meglio dire, ‘realizza’.
Che una casa, al di là dell’intonaco, del colore, delle eventuali decorazioni, una casa è fatta fondamentalmente di mattoni.
E che i mattoni, però, non nascono in natura già formati e perfetti. Una casa sono mattoni, uno e poi più mattoni, pazientemente uniti, assemblati. E ogni mattone è il frutto dell’unione di altri elementi. Che onestamente non conosco, ma il senso credo sia chiaro.
Per cui, è un dolore lancinante sentire che gli ultimi cinque anni sono stati sacrifici, compromessi, rinunce, sconfitte e vittorie accumulate, assemblate, pazientemente poste l’una accanto all’altro, e il tutto lontano e inosservato, ora, qui. E non nascondo che fa un male incredibile un sabato mattina, rendersi conto che una settimana è andata, e sto ripartendo da zero. E compromessi e sacrifici per ora giacciono lì, inerti, come rifiuti galleggianti lungo il liffey.
Allo stesso tempo, è gratificante vedere quante diverse culture continuano ad arrivare, come nuovi innesti su una vecchia pianta. E confortante farsi lambire dal pensiero che prima o poi, i suddetti sacrifici etc. etc. torneranno ad essere carta utile da sciorinare con orgoglio nel verde più intenso del campo.
In questo sabato dublinese e il sole. e una lunga strada tutta da percorrere.

Inserito da: clairetourneur | Febbraio 6, 2009

Come eravamo, come vorremmo essere

img_0495
Quando si dice che un fenomeno atmosferico può bloccare e scombinare i meccanismi mentali di una città.

Eccoci. Una settimana Dublino scombinata negli assetti e nelle strategie. Fiocchi di neve che accarezzano la città, una città che conosce ben poco la neve e che si esalta per fiocchi di neve soffici che vanno a posarsi sul mio naso, ad esempio, mentre taglio con passi veloci il centro.
Questa settimana è iniziata con un vento gelido e forte e talmente intenso da non riuscire a camminare o stare ritti in piedi. è cominciata con la neve, e poi la pioggia, e poi di nuovo la neve. e poi il sole, e il vento. E non è follia, è solo che qui sono tutti ossessionati dalle previsioni del tempo. Uno degli sport nazionali è controllare sistematicamente il meteo. E parlare del tempo, ovviamente.
Questa settimana è iniziata – letteralmente – con le mie mani incollate al viso. Incollate drammaticamente al viso per non vedere, non sentire. Che attorno a me regnava un certo qual tipo di arroganza che di sicuro non avrei voluto o anche solo pensato di dover affrontare qui.
Avete presente quando vi viene in mente il sano e genuino egocentrismo dei francesi? solo che poi vi rendete conto che nessuno mangia baguettes all’ombra di un’alta e nota torre.
è possibile, urli è possibile. O meglio, è vero! Generalizzare è sbagliato!
e “casimir pulansky day” di Sufjian Stevens anche se è una canzone vecchia di anni, lo so, lo so, ma ogni volta che l’ascolto mi fa piangere. Semplice e banale, quanto entrare da Marks & Spencer e scoprire che la catena inglese è sull’orlo del tracollo.

Penso che se non ci fosse stata la “recession” forse questo blog sarebbe stato un posto molto più noioso.
E detto ciò siamo tutti molto più tranquilli, no?

Perché ci sono punti di congiuntura che diventano sottili appigli a cui è bello rimandare il pensiero e lo sguardo.
Come pensare alla terribile vicinanza di suoni tra il mio nome e uno dei tanti, tipici, nomi propri gaelici in largo uso qui. ‘Ciara’ che si pronuncia ‘Keira’ e ‘Chiara’ che non si pronuncia ‘Ciara’ bensì, ‘Kiara’.
Ma vallo a spiegare. Soprattutto a chi mi chiede se sono irlandese o se ho antenati irlandesi. Mentre teoricamente il mio nome ha radici latine, no?
Ma

img_0494
non si capisce il perché, non si sa il perché, ma qui rimane ancora profondamente intrecciata e schiacciata una bellezza fondamentale e talvolta estraniante, che nonostante tutto, fa sembrare il cielo dublinese accogliente e soavemente poetico.
Come passeggiare per thomas st. annusando quel tenace penetrante odore di Guinness. che in realtà sembra puro odore di zuppa fatta in casa. E invece no. è il caratteristico odore di produzione della Guinness, gentilmente offerto dalla vicina fabbrica della Guinness, di lì a pochi passi.
Per cui è indescrivibilmente particolare e degno di un certo non so che, quel passeggiare per thomas st. magari accarezzati da un sole invernale ok capriccioso ma comunque affascinante. Soprattutto quando la settimana in via di conclusione, ha ospitato la memorabile nevicata capace di bloccare una città.

E se poi pensate che l’idea di invitare Pete Doherty a parlare nel prestigioso Trinity College of Dublin sia un’idea quantomeno bizzarra. Beh, in Irlanda, questo, può anche accadere davvero.

Inserito da: clairetourneur | Febbraio 1, 2009

This Dubliner Life

img_0485
Vi dicevo dei sei gradi di separazione, giusto? che qui invece sono molti molti di meno. E quindi scopro che tra me e damien rice ci sono solo 2 gradi di separazione. perché Violet, per l’esattezza giovedì sera, mi ha raccontato di quando chiedeva a damien rice consigli per conquistare un loro amico in comune.
Le pareti di Dublino assomigliano sempre più a pareti di cioccolato dai confini morbidi e malleabili.

Febbraio sarà dannatamente movimentato lo so.
Ci sarà il Jameson Dublin International Film Festival. Ci sarà il 6 nazioni. 6 nazioni che inizia il prossimo sabato, lo stesso giorno della riunione per il festival. Sì, decisamente. Sarà un torrido febbraio.
E poi Febbraio è anche il mese dei premi. dei Bafta, degli Oscar, e di qualsiasi tipo di premio a livello non solo cinematografico ma qui anche musicale. Sarà un torrido denso mese. Dopo un gennaio scivolato dannatamente veloce, e intriso di parole.

Parole drammatiche, per metterla giù semplice.
il titolo di questo post, in realtà, voleva essere :
COME CHIARA  SI TROVO’ AD INIZIARE UNA NUOVA VITA IN UN ALTRO PAESE. IN TEMPO DI CRISI.

Sì perché la crisi è mondiale, ed è confortante ascoltare le notizie sugli Stati Uniti, che ora avranno sì un presidente che tutto il mondo gli invidia, ma pure loro non camminano in ottime e tranquille acque.
Perché non è assolutamente facile iniziare una nuova vita, in un altro paese, mentre la crisi, la recessione avanza impetuosa a colpi potenti, passi così decisi e risuonano costantemente, le parole, le paure, la tensione. Non è facile. Non è impossibile, ma non è facile.
Ma non è impossibile.
Soprattutto, quando ti lasci riportare alla realtà da due sottili particolari.

img_0487
Il primo è la seguente copertina. Trattasi del mensile “The Dubliner” e pare la cosa più semplice e maledettamente ironica, ma ecco i miei occhi inciampare sui seguenti titoli “Breaking News : it’s all going to be fine in 2009″, ma soprattutto “Why we still love dublin (plus 25 good reasons not to emigrate)”.
Ok, fa ridere, molto ridere, se vi siete appena trasferiti in pianta stabile a Dublino.
Più che ridere o sorridere fa invece riflettere il fatto che in 23 giorni passati qui c’è solo 1 persona che so, a breve, si trasferirà per un po’ di tempo fuori Dublino. E quindi forse è vero, forse non sono solo io l’utopico pupazzetto di turno intento a ricordare al mondo quanto sia importante e possibile essere, concretamente,           –> Ottimisti-Realisti.
E poi, non 5, 10, 15 o 20 ragioni. Ma ben 25 ragioni per non emigrare. Suvvia, noi italiani non riusciremmo mai a trovare 25 buone ragioni per qualcosa, qualsiasi cosa, andiamo. Ammettiamolo. E certi sforzi denotano un’innegabile verve naturale, autoctona. ovviamente.
E in fondo forse tutto è davvero relativo. Il mondo intero è in crisi, è semplice. siamo in un punto di raccordo per certi versi. E se tutto davvero coincide, se la crisi è come un mantello che ormai avvolge e accomuna tutti, indistintamente, teniamo allora conto del colore di base, anche se a questo punto, vorrei mi fosse concesso il privilegio del dubbio. per cui mi alzo e mi scosto dal mantello per invece guardare altrove.
Dove altrove può anche essere qualcosa di semplicissimo e banale. Come passeggiare un sabato pomeriggio tra i banchetti del meraviglioso food market di temple bar. Dove viene venduto cibo organico, cibo fatto in casa. di tutto. o vedere una mostra fotografica. e ascoltare in sottofondo musica tradizionale irlandese.

Oppure, un buon motivo per tornare a sorridere e lasciarsi alle spalle paure e resesh-inquietudini, è comprare l’irish times, la sera mettersi davanti al camino, sul divano, aprire l’irish times, iniziare a leggere e. e trovare un articolo che ogni italiano avrebbe voluto leggere su un quotidiano. italiano.
L’articolo in questione parla di un noto presentatore televisivo che ha deciso di abbassare il proprio stipendio in solidarietà con chi non solo sta perdendo il lavoro ma anche con chi lavora nella sua stessa emittente e prende paghe molto più basse. E non è l’unico. E ci sono anche altri noti volti della tv che invece non hanno optato per una considerevole azione del genere. Ma.
Rimangono comunque momenti di attonito e puro impatto. che assomigliano alla sensazione cristallina che la mia pelle attraversa, ogni volta che un fiocco di neve mi sfiora il viso.
Ok accade di rado, ma sono sensazione difficili da cancellare.

Anche se, poi, sempre rimanendo in tema di notizie e sorrisi, più o meno velati e controllati, mi rendo conto che è vero, tutto finisce. Un anno fa vincevano l’oscar, un anno fa ero a Dublino per due sole settimane, un anno fa “Once” continuava sempre di più a far parlare di sè; oggi sono a Dublino, vivo a Dublino, gli U2 girano un video vicino casa mia, lungo il canale, e Glen Hansard e Marketa Irglova non stanno più insieme.

eh. this dubliner life, 1.0

Inserito da: clairetourneur | Gennaio 27, 2009

Tomorrow will be cold and windy, i know*

img_04561
I cadbury biscuits ricoperti di cioccolato sono dannatamente pericolosi. Danno seria assuefazione. soprattutto se vi sentite fragili e delicati/e. vulnerabili. particolarmente vulnerabili.
Ma anche pane tostato e burro possono provocare seria assuefazione. Soprattutto se vi sentite un po’ soli. Se poi vi capita di sentirvi particolarmente tristi per qualcosa di preciso, allora è fatta. E magari, come nel mio caso, vi capita anche di sognare le profonde differenze che contraddistinguono il burro italiano (più chiaro nel colore, già alla vista) dal burro irlandese (dal colore più intenso, dorato, per non parlare del sapore, infinitamente più profondo e corposo).
Ok, veniamo al dunque. 2 cose, due e poi si tirano le tende, per ora.
ok

1. la musica. tre gruppi che popolano, musicalmente parlando, la mia quotidianità. è buffo perché sono esattamente nel punto in cui sto ricostruendo da capo tutto.
Penso alla prima volta che ho lavorato nel field tanto adorato. era gratis, ma era fico. Era il 2004 e io avevo ancora un paio di dreadlocks rimasti in testa. La fase post tardo adolescenziale stava per essere spazzata via.
Ora qui a costruirmi il mio “network”. Che non solo è il topic centrale dell’ultima puntata di ugly betty, e il che fa virare il tutto ancora di più verso il sopracciglio dubbioso e alzato ma. Ma. Mi è stato chiaramente spiegato, “fanciulla, mind the network”. nel senso, costruisci il tuo network.
Così giù nel playground fangoso e disperato, dove chi sopravvive è fortunato e si può definire davvero proprietario di solidi attributi.
Ma dicevo, la costante, la musica. E, da consigliare
Due gruppi dall’Irlanda, assolutamente: Bell X1 (qualche loro canzone è apparsa anche nelle colonne sonore di un po’ di telefilm americani..) e Director (soprattutto Reconnect. recommend).
Uno, invece, dall’Inghilterra, The View.
Fondamentale tenersi aggiornati su cosa accade nel sottobosco musicale. Vitale, ecco la parola, vitale.

2. I dannati sei gradi di separazione. O anche meno. Quelli che portavano i giorni di Bologna verso le più assurde coincidenze e incastri e sorrisi. Quei “no, non è possibile” trascinando la “e” il più possibile, perché davanti all’assottigliarsi delle relazioni, delle interconnessioni, beh. Comunque
L’ho appuntato da sola, e poi ho avuto la conferma di veri dublinesi. Ma è concretamente così, a Dublino funzionano i 3 o 4 gradi di separazione. Bizzarro, di nuovo.
Bizzarro appunto ti rendi conto che per certi versi, stai ripartendo da zero. Le connessioni, le relazioni, le conoscenze, e non parlo solo di amicizia e bevute e serate. Quando si parla di terreno lavorativo – professionale, quando molti sanno cosa vuole dire costruire il proprio sentiero, maneggiare e buttar giù tanta di quella sabbia, di fastidio, sopportazione o altro, anche di positivo. E intanto avanzi, lentamente o meno, ma avanzi.
Cosa vuol dire ritrovarsi ancora da capo, confusi con lo sguardo perso, inghiottiti in un’anonima fila. Quella anonimicità, che lo sai, in realtà è quanto cercavi. è quel legame stretto e tagliente che richiama la parola ‘coraggio’ e ti ricorda quanto sia dura, terribilmente spaventosa ma così dannatamente eccitante la sensazione che scorre a fior di pelle, in quegli istanti prima di saltare.
Che sia ancora e davvero coraggio,
che sia parziale velo anonimo, e in realtà. è solo questione di un passo accanto all’altro.

Mi sento benvenuta nella giungla. Forse perché la frase Welcome to Dublin rieccheggia di continuo nella mia testa.  O forse perché le giungle in realtà alla fine finiscono per assomigliarsi. mandando al diavolo barriere linguistiche, confini geografici e studi sociologici.
nella giungla. piena di vento, canticchiando. però

* vago riferimento al proverbiale umorismo autoctono

Articoli precedenti »

Categorie